MARCOS, guerrigliero on-line


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Il sub-comandante Marcos è il primo esempio di guerrigliero "on line". Grazie alla telematica ha fatto conoscere la sua lotta fino negli angoli più remoti dei pianeta. È forse l'inizio della rivoluzione popolare dei media?

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domenica, febbraio 22, 2004
 


 

 

 

 

Siamo un esercito di sognatori...è per questo che siamo invincibili

m a r c o s

"G u e r r i g l i e r o    o n-l i n e"

Somos puente, nosotros....

En este el año siete de la guerra contra el olvido, repetimos lo que somos.

Somos viento, nosotros. No el pecho que nos sopla.
Somos palabra, nosotros. No los labios que nos hablan.
Somos paso, nosotros. No el pie que nos anda.
Somos latido, nosotros. No el corazón que lo pulsa.
Somos puente, nosotros. No los suelos que se unen.
Somos camino, nosotros. No el punto de llegada ni de partida.
Somos lugar, nosotros. No quien lo ocupa.
No existimos nosotros. Sólo somos.
Siete veces somos. Nosotros siete veces
Nosotros, el espejo repetido. El reflejo, nosotros
La mano que apenas abre la ventana, nosotros
Nosotros, el mundo llamando a la puerta del mañana.
 
 
 
.........

No, no dejéis cerradas
las puertas de la noche,
del viento, del relámpago,
la de lo nunca visto.

Que estén abiertas siempre
ellas, las conocidas.
Y todas, las incógnitas,
las que dan
a los largos caminos
por trazar, en el aire,
a las rutas que están
buscándose su paso
con voluntad oscura
y aún no lo han encontrado
en puntos cardinales.
Poned señales altas,
maravillas, luceros;
que se vea muy bien
que es aquí, que está todo
queriendo recibirla.
Porque puede venir.
Hoy o mañana, o dentro
de mil años, o el día
penúltimo del mundo.

Y todo
tiene que estar tan llano
como la
larga espera.

pedro salinas

LA VOZ A TI DEBIDA

 
 
di Serge Latouche
 
Il sub-comandante Marcos è il primo esempio di guerrigliero "on line". Grazie alla telematica ha fatto conoscere la sua lotta fino negli angoli più remoti dei pianeta. È forse l'inizio della rivoluzione popolare dei media? Ecco le potenzialità e i rischi delle nuove tecnologie. Tutti conoscono il sub-comandante Marcos. E non è un caso. La risonanza mondiale della sua lotta è dovuta tanto al suo carisma e ai suoi reali successi militari sul campo, quanto alla vera e propria guerriglia informatica che ha condotto su internet. Con una tecnologia a basso costo, senza mezzi finanziari, ha raggiunto gli angoli più isolati del pianeta. Ci troviamo forse di fronte a un capovolgimento dei rapporti di forza tra la società civile mondiale e gli Stati, le multinazionali, i "nuovi padroni del mondo"?
È il momento di interrogarsi sul ruolo che le nuove tecnologie possono avere nelle lotte sociali.

Anche gli indios in rete

Esiste una "utopia internet", così come fin dall'origine della modernità è esistita una utopia tecnologica. Ogni nuova tecnologia è portatrice di sogni e di fantasmi. Le tecniche mediatiche più di ogni altra.
Prima di Internet già la radio e la televisione sono stati oggetto di speranze e di esperimenti sociali interessanti. "I media a buon mercato e popolari - scriveva Yonne Mignot Lefebvre - sono un veicolo per i movimenti contestatari". La grande novità è l'abbassamento dei costi. La comunicazione planetaria istantanea esiste da più di un secolo, ma oggi è accessibile anche alle associazioni contadine dell'Amazzonia. La planetarizzazione dell'informazione, che ha avuto un ruolo non trascurabile negli avvenimenti che hanno portato alla caduta del muro di Berlino, fa sognare una democrazia senza frontiere.
Sarà internet a permettere di battere il monopolio mediatico del Nord e delle multinazionali prevalentemente nordamericane?
Diamo un'occhiata ad alcuni dati.

Il dominio sulla notizia

Flussi culturali a senso unico partono dagli Stati Uniti e, in misura minore, dagli altri paesi industrializzati: immagini, parole, valori morali, norme giuridiche, codici politici si riversano dalle unità creatrici verso il resto del mondo attraverso i media (giornali, radio, televisioni, film, libri, dischi, e adesso le reti informatiche). La maggior parte della produzione mondiale di cultura si concentra al Nord (così come il 70% della produzione di giornali e il 73% dei libri).
Esistono più di 100 agenzie d'informazione in tutto il mondo; tuttavia, sono cinque quelle che, da sole, controllano il 96% dei flussi d'informazione mondiali.
Tutte le radio, le reti televisive, i giornali del mondo, sono abbonati a queste agenzie. Il 65% delle informazioni partono dagli Stati Uniti. Dal 30 al 70% dei programmi televisivi sono importati dal Nord. Rispetto ai paesi ricchi, il terzo mondo consuma 5 volte meno di cinema, 8 volte meno di radio, 15 volte meno di televisione e 16 volte meno di carta stampata. Per ora anche la cybercultura è totalmente anglosassone, in particolare nordamericana.

Un "cybermercato" mondiale

"Non è sufficiente passare dai media di massa ai media alternativi per cambiare i rapporti di potere oppressi/oppressori - sostiene la sociologa Josiane Jouët. I nuovi sistemi di comunicazione, sistemi a piccola scala o microsistemi, sono integrati quanto i mass media nella rete di dominio economico e sociale del neo-colonialismo".
Internet si inserisce malgrado tutto nel progetto di global information infrastructure voluto dagli Stati Uniti, che consiste nello sviluppare delle "autostrade dell'informazione", una rete di reti. Questo progetto mira esplicitamente alla creazione di un mercato mondiale più generalizzato.

"È nostro dovere - afferma il vicepresidente americano Al Gore - costruire una comunità mondiale nella quale saremo tutti membri di una grande famiglia umana uniti tra loro da una catena dagli anelli sempre più numerosi. Essa renderà possibile la creazione di un mercato mondiale dell'informazione, dove i consumatori potranno comprare e vendere. Se imbocchiamo questa via, il sistema economico mondiale può arricchirsi di diverse centinaia di miliardi di dollari. Per la nazione, i benefìci potenziali del progetto sono immensi. Le imprese americane potranno vincere la sfida dell'economia mondiale: questo comporterà la creazione di impieghi interessanti per i nostri concittadini, genererà la crescita dell'insieme della nazione e permetterà di mantenere il vantaggio tecnologico degli Stati Uniti."
Facilitare gli scambi elettronici d'informazione per sviluppare la mondializzazione del commercio e degli affari. L'obiettivo americano si risolve così: "più mercati per i nostri prodottile più prodotti per il mercato". Si tratta quindi di creare un supermercato virtuale, o cibermercato, realizzando l'ideale del Mercato ultraliberale: istantaneità, trasparenza, universalità.
I paesi che entreranno per primi nell'era dell'informazione saranno in grado di dettare agli altri il seguito degli avvenimenti.

Quattro limiti di internet

Vi sono anche altri punti che, a mio avviso, potrebbero limitare la portata di internet.
Il primo è il costo. Seppur modesto, non è trascurabile. Soprattutto esso comporta una serie di costi indiretti sempre più alti per restare al passo. Computers, modem, manutenzione, eccetera. Il terzo mondo, che negli anni '60 fu uno straordinario cimitero di trattori, non rischia forse di diventare, nel XXI secolo, un cimitero di computers?
Il secondo è la perdita di tempo e di energia. Paradossalmente, l'investimento in tempo e in energia che le associazioni devono impiegare quando cominciano ad attrezzarsi in materiali informatici e vogliono navigare nel ciberspazio si rivela molto più considerevole dei vantaggi ottenuti grazie alla indiscutibile potenza degli apparecchi.
C'è poi la cosiddetta "trappola della protesi". Come ogni tecnologia, l'accesso al Web è irreversibile: una volta presa l'abitudine di lavorarci e di servirsene, diventa praticamente impossibile farne a meno, così che si diventa schiavi del proprio schiavo elettronico.
Infine il mito della risonanza mondiale. L'accesso alla comunicazione planetaria può non essere una necessità per un gruppo locale.

Il messaggio infilato in una bottiglia e gettato in mare, sarà davvero ricevuto e compreso da una "comunità virtuale"? Potrà cambiare il corso degli avvenimenti?
Non possiamo negare la straordinaria potenza dello strumento tecnologico.
Internet permette ai ricercatori del mondo intero di funzionare come una sola comunità per costituire un'intelligenza collettiva condividendo delle conoscenze e scambiandosele in tempo reale Ma come nota con una battuta lo scrittore Jean Loup Anthony: "E davvero utile che i ricercatori si mettano tutti insieme per distruggere più rapidamente il pianeta? Già Einstein si poneva questa questione alla fine della sua vita!".
Si potrebbe concludere abbastanza lucidamente che, per quel che riguarda la lotta contro la megamacchina del capitalismo mondiale, internet non fornisce altro che la possibilità di condividere a livello planetario la constatazione della nostra impotenza....... ( ? )

"Cuento indígena"

Y así fue como la guacamaya se agarró color

y ahí lo anda paseando,
por si a los hombres y mujeres se les olvida
que muchos son los colores y los pensamientos,
y que el mundo será alegre si todos los colores
y todos los pensamientos tienen su lugar".

 

 

 

 

"No morirà la flor de la palabra... Podrà morir el rostro oculto de quien la nombra hoy, pero la palabra que vino desde el fondo de la historia y de la Tierra, ya no podrà ser arrancada por la soberbia del poder. Nosotros nacimos de la noche; en ella vivimos: moriremos en ella. Pero la luz serà manana para los demas: para todos, todo. Para nosotros, la alegre rebeldia. Para nosotros, nada. Nuestra lucha es por la vida, y el mal gobierno oferta muerte como futuro. Nuestra lucha es por la justizia, y el mal gobierno se llena de criminales y asesinos. Nustra lucha es por la historia, y el mal gobierno propone olvido. Nuestra lucha es por la paz, y el mal gobierno anuncia guerra y destrucion. Aquì estamos: somos la dignitad rebelde, el corazon olvidado de la patria."

"Non morirà il fiore della parola... Potrà morire il viso nascosto di chi oggi lo nomina, ma la parola che giunge dal profondo della storia e della Terra non potrà essere sradicata dalla superbia del potere. Noi nasciamo nella notte e nella notte viviamo: moriremo nell’oscurità. Però domani ci sarà la luce per tutti gli altri: tutto, per tutti. A noi, l’allegra ribellione (rebeldià vuol dire però anche "Contumacia",ndr ). Niente per noi. La nostra lotta è per la vita, e il mal governo ci offre la morte, come futuro. La nostra lotta è per la giustizia, e il mal governo è pieno di criminali e di assassini. La nostra lotta è per la storia, e il mal governo impone di dimenticare. La nostra lotta è per la pace, e il mal governo preannuncia guerra e distruzione. Siamo qui: la dignità ribelle, il cuore dimenticato della Patria."
SubCom Marcos, dalla 4° Dichiarazione della Selva Lacandona

Il colore della terra


Discorso del subcomandante Marcos, tenuto a San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, sabato 24 febbraio.

Compagni e compagne, basi d'appoggio, miliziani e insorti dell'Ezln, fratelli della società civile nazionale e internazionale: attraverso la mia voce parla la voce dell'Esercito zapatista di liberazione nazionale.
Raccontano i nostri vecchi più vecchi che i primi di queste terre videro che i dzules, i potenti, vennero ad insegnarci la paura, vennero a far appassire i fiori e, affinché il fiore del potere potesse vivere, sciuparono il nostro fiore. Dicono i nostri più antichi che è marcia, la vita dei potenti, che il cuore dei loro fiori è morto, che lo strappano fino a romperlo, che distruggono e svuotano i fiori degli altri.
Raccontano e dicono i nostri predecessori che il primo fiore di queste terre, della terra prese il colore per non morire, che, piccolo, resistette e che nel suo cuore conservò il seme affinché, con il cuore come terra, un altro mondo nascesse.

Non il mondo più antico, non il mondo che il potente faceva marcire. Un altro mondo. Uno nuovo. Uno buono.
"Dignità" è il nome di quel primo fiore e deve molto camminare perché il seme incontri il cuore di tutti e, nella gran terra di tutti i colori, nasca finalmente quel mondo che tutti chiamano "domani".

Oggi la dignità sta in chi prende, con le nostre mani, questa bandiera. Finora non c'è un posto in lei per noi, noi che siamo il colore della terra. Finora abbiamo aspettato che quegli altri che sotto di lei si proteggono accettassero che fosse pure nostra la storia che la fa ondeggiare. Noi indigeni messicani siamo indigeni e siamo messicani. Vogliamo essere indigeni e vogliamo essere messicani.
Però il signore dalla lunga lingua e dallo scarso udito, colui che governa, ci offre menzogne e non la bandiera. La nostra è la marcia della dignità indigena. La marcia di noi che siamo del colore della terra e la marcia di tutti quelli che sono di tutti i colori del cuore della terra.
Sette anni fa la dignità indigena chiese a questa bandiera di avere un posto dentro di lei. Con il fuoco parlò allora il colore che siamo della terra. Con menzogne e fuoco rispose il dzul, il potente, che del denaro ha il colore che appesta la terra. Però allora altre volte venimmo ed ascoltammo altri colori. Questi altri non colpivano il giorno, non cozzavano con la notte, non avevano la gola contorta, né svogliata la bocca che parla la parola. Fratelli son quelli che con i loro colori ci affratellano. Con loro, con i fratelli colori, cammina oggi il colore della terra. Con dignità cammina e cerca con dignità il suo posto nella bandiera.

Hanno il loro governo i potenti, però i loro re sono falsi. Hanno la gola contorta e svogliata la bocca di chi comanda ed ordina. Non c'è verità nella parola dei dzules, dei potenti.
Oggi camminiamo perché questa bandiera messicana accetti d'essere nostra e invece ci offrono il drappo del dolore e della miseria. Oggi camminiamo per un buon governo e ci offrono la discordia. Oggi camminiamo per la giustizia e ci offrono elemosina. Oggi camminiamo per la libertà e ci offrono la schiavitù dei debiti. Oggi camminiamo per la fine della morte e ci offrono una pace di menzogne assordanti. Oggi camminiamo per la vita. Oggi camminiamo per la giustizia.
Oggi camminiamo per la libertà. Oggi camminiamo per la democrazia. Oggi marciamo per questa bandiera.
Non basta la nostra sola voce ad aprire le orecchie del signore dalla lunga lingua e dallo scarso udito, di colui che governa. Non bastano le molte voci che camminano perché taccia e ascolti colui che con molto rumore regna. Tutti i passi sono necessari, sono necessarie tutte le voci.

Con tutti, è questo che vogliamo: un posto in questa bandiera. Ha nome questo nostro passo, ha parola la voce che ci parla: questa è la marcia della dignità indigena, la marcia del colore della terra.
Compagni e compagne dell'Ezln: per sette anni abbiamo resistito ad attacchi di tutti i tipi. Ci hanno attaccato con bombe e proiettili, con torture e carcere, con menzogna e calunnie, con disprezzo e oblio. Però siamo qui.
Siamo la dignidad rebelde.
Siamo il cuore dimenticato della patria. Siamo la memoria più antica. Siamo il nero sangue che fra le montagne illumina la nostra storia. Siamo coloro che lottano e vivono e muoiono. Siamo coloro che parlano così: "Tutto per tutti, niente per noi". Siamo gli zapatisti, i più piccoli di queste terre.
Salutiamo i popoli indigeni che ci comandano e proteggono. Salute al loro saggio sapere ed alla loro intelligenza. Salutiamo i nostri e le nostre combattenti insurgentes, che oggi fra le montagne vegliano perché nulla di male succeda a quelli che oggi sono una luce momentanea.
Salutiamo tutti gli zapatisti che oggi parlano attraverso la nostra voce e vanno col nostro passo. Salutiamo gli zapatisti, i più piccoli di queste terre. Come i nostri predecessosi resistettero alle guerre di conquista e di sterminio, noi abbiamo resistito alle guerre dell'oblio. La nostra resistenza non è terminata, però non è più sola. Ci accompagnano ora i cuori di milioni, nel Messico e nei cinque continenti.
Con loro va insieme il nostro passo. Con loro andremo alla capitale della nazione che sulle nostre spalle si innalza e ci disprezza. Con loro andremo. Con loro e con questa bandiera.
Compagni e compagne:
il signor Vicente Fox vuole dare un nome a questo passo con cui oggi andiamo. "E' la marcia della pace", dice, e tiene i nostri fratelli detenuti per il reato peggiore del mondo moderno: la dignità. "E' la marcia della pace" dice, e tiene il suo esercito ad occupare le case di Guadalupe Tepeyac, mentre centinaia di bambini, donne, anziani ed uomini guadalupani restano fra le montagne, resistono con dignità. "E' la marcia della pace", dice, e cerca di convertire in merce la nostra storia. "E' la marcia della pace", dice, e quelli a lui vicino sottovoce aggiungono: "Di menzogne". Questo dice. Però i nostri passi parlano un'altra parola ed è quella vera: questa è la marcia della dignità indigena, la marcia del colore della terra.
Fratelli e sorelle:
Oggi, 24 febbraio 2001, giorno della bandiera del Messico, noi zapatisti iniziamo questa marcia, la marcia della dignità indigena, la marcia del colore della terra.
Non è solo il nostro passo. Con noi vanno i passi di tutti i popoli indigeni e i passi di tutti gli uomini, le donne, i bambini e gli anziani che nel mondo sanno che nel mondo ci stanno tutti i colori della terra.
Noi indigeni messicani abbiamo colorato questa bandiera. Con il nostro sangue le abbiamo dato il rosso che la adorna. Con il nostro lavoro mietiamo il frutto che il verde dipinge. Con la nostra nobiltà facciamo bianco il suo centro. Con la nostra storia abbiamo disegnato l'aquila che divora il serpente perché Messico si chiamassero il dolore e la speranza che siamo. Noi abbiamo fatto questa bandiera e, di certo, non abbiamo un posto in essa. Oggi chiediamo a quelli che in alto sono potere e governo: chi è che ci nega il diritto a che questa bandiera sia finalmente nostra? Chi è che brilla per non ricordarsi e dimentica che, essendo come siamo il colore della terra, che abbiamo dato colore e scudo a questa nostra bandiera?
Da quasi duecento anni cammina questa terra chiamandosi nazione e patria e casa e storia. Da quasi duecento anni va avanti mietendo il nostro sangue e dolore, la nostra miseria, affinché Messico sia patria e non una vergogna. Da quasi duecento anni continuiamo a stare fuori dalla casa che dal basso abbiamo costruito, che abbiamo liberato, dove viviamo e moriamo, noi che siamo il colore della terra.

Adesso basta, ¡ya basta!, dice e ripete la voce più antica, noi indigeni che siamo il colore della terra. Vogliamo un posto. Abbiamo bisogno di un posto. Ci meritiamo un posto, noi che siamo il colore della terra. Un posto degno per essere quello che siamo noi, il color della terra. Per non essere più l'angolo dell'oblio. Per non essere più oggetto di disprezzo. Per non essere più motivo di schifo. Per non essere più la nera mano che riceve elemosina e lava coscienze. Per non essere più la vergogna del colore. Per non essere più la pena della lingua. Per non essere più l'umiliazione o la morte per sentenza. Perciò questa è la marcia della dignità indigena, la marcia del colore della terra. E comincia questa marcia oggi che la luna è nuova, affinché la terra mieta alla fine la giustizia per quelli che sono il colore della terra. E comincia oggi una marcia che non è solo nostra, ma di tutti quelli che sono il colore della terra. E comincia oggi il terremoto più grande e primordiale, la memoria di colui che ci ha fatto nazione, ci ha dato la libertà e ci ha dato la grandezza. Comincia la marcia della dignità indigena, la marcia del colore della terra.
Con quelli che sono il colore della terra, altri colori lontani stanno attenti a ciò che oggi comincia: la possibilità che l'altro possa esserlo senza vergogna. Che il diverso sia uguale nella dignità e nella speranza. Che il mondo sia in fine un posto di tutti e non la proprietà privata di coloro che hanno del denaro il colore e lo sporco.
Un mondo con il colore dell'umanità.
Fratelli e sorelle:
coloro che sono governo si sforzano oggi di fare di questa marcia la marcia della pace bugiarda. Non sono soli nella menzogna, coloro che governano. Con loro vanno i passi di coloro che vogliono morto il nostro passo e morto per sempre il colore della terra. Con loro vanno coloro che non ammettono nel mondo un altro colore che non sia il colore del denaro e della sua miseria.
Molto grida e gesticola chi è governo, il suo fiato sa di menzogna e vuole che facciamo nostra la paura che insegna.
Ci vogliono far del male e sottrarre la nostra forza. Però sarà inutile. Con tutti i colori, il fiore che siamo del colore della terra, avrà un domani perché avrà la bandiera. Con lei e per lei, noi popoli indigeni avremo finalmente...

Democrazia!
Libertà!
Giustizia!

Dalle montagne del sudest messicano
Comitato clandestino rivoluzionario indigeno - Comando generale dell'Esercito zapatista di liberazione nazionale Messico, 24 febbraio 2001,
giorno della bandiera

dalla ML di PeaceLink

e in Interlinea http://www.edscuola.com/archivio/interlinea/colore.html

Per Demetrio Fidel a San Cristobal

"Quando un uomo , o una donna
qualsiasi, decidono di camminare,
invariabilmente, presto o tardi,
si trovano a dovere
scegliere due strade.

Da una parte la via
dove si zoppica in cambio delle comodità,
dei privilegi in cambio di tradimenti,
dove si va in alto a costo di far cadere
gli altri.

Dall’altra parte la via
Delle convinzioni ferme a costo
Di sacrifici,
del disprezzo per la nostra fermezza,
dell’oblio perché non si mente.
Questa è la strada del dovere.

E, costretti a scegliere, gli uomini
E le donne veri sempre
scelgono il dovere."

Subcomandante Marcos

(tradotto dal Comitato Chiapas di Torino)

sottoscrivo

a cura di

per

Ortie e giardini

*bacheca*

ecumene ecumenica: ubi consistam? a cura di O&g

m a r c o s Guerrigliero on-line a cura di O&g

Le tre novità dello zapatismo di M. Revelli

Lettera al Centro studi A.Manzi di N. Scardeoni


Pagine autori

Books

"Il giardino è un simbolo, un luogo di metafora
ma anche un concreto terreno di prova.
E che sia reale o immaginario è testimonianza
dell'essenza spirituale di chi lo ha ideato."
Duccio Demetrio

link

la storia dei colori / S.I. Marcos
Il fuoco e la parola / G. Muñoz Ramírez
niños danzantes y cantarines
que no conocerán jamás los lápices de colores,
una flauta dulce, el antifaz y el escenario que reclama su fantasía.

El mundo entero tiene una deuda infinita con los niños, con el cumplimiento de sus derechos."
ARTURO CORCUERA

povertà

http://www.ecn.org/messicoribelle/documenti/marcos.htm



















































































































































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